Che differenza c’è tra smart working e telelavoro?

“Quindo è un’agenzia distribuita“, questa frase la ripetiamo spesso, agli eventi, all’inizio di nuove collaborazioni, durante la formazione. Spesso di rimbalzo ci viene chiesto “lavorate in telelavoro?” “No, in smart working”. Ma che differenza c’è?

Spesso per semplificare si tende a confondere o peggio a sostituire il concetto di telelavoro con quello di smart working, traducibile in italiano con l’espressione “lavoro agile”.
In realtà i due approcci, sebbene resi possibili da strumenti informatici simili, differiscono molto l’uno dall’altro. Non solo sul piano teorico, ma anche nella prassi e specialmente nella normativa che regola i rapporti tra le aziende e i dipendenti che in pianta stabile lavorano al di fuori della sede aziendale.

Telelavoro e smart working a volte vengono usati impropriamente come fossero sinonimi ma in realtà questi termini rappresentano due modalità di lavoro concettualmente diverse tra loro o, più correttamente, l’uno deriva direttamente dell’altro, in quanto lo smart working rappresenta l’evoluzione del telelavoro resa possibile dall’innovazione degli strumenti digitali e dalla diffusione della connettività.

Entrambe le modalità sono in fase di evoluzione e vengono adottate da un numero di aziende in costante crescita per risparmiare sui costi, per aumentare la produttività (sembra infatti che in media gli smart workers tendano a lavorare più ore rispetto ai colleghi in sede con conseguente aumento della produttività del 5-6%) e per offrire ai propri collaboratori e dipendenti una soluzione lavorativa innovativa e migliorativa in termini sia economici (nessun costo di spostamento ad esempio) che di qualità della vita.

Smart working e telelavoro rappresentano due modelli culturali di organizzazione del lavoro differenti ma in entrambi i casi ciò che conta è il raggiungimento del risultato concordato.

Ne abbiamo parlato nell’articolo: Dipendenti e clienti felici con lo smart working

Ma quando parliamo di telelavoratori e smartworkers, di quante persone stiamo parlando?

Se escludiamo tutti i freelance e i liberi professionisti che utilizzano quotidianamente strumenti tipici dello smart working e ci concentriamo solo sui lavoratori dipendenti, scopriamo che attualmente circa 250 mila persone tra impiegati, quadri e dirigenti beneficiano di una forma di lavoro agile (7% dei lavoratori dipendenti) mentre i telelavoratori in Italia oscillano tra il 2,3 e il 5% del totale degli occupati.

Ma c’è un altro dato interessante da considerare: quasi il 50% delle grandi aziende sta già sperimentando forme di lavoro agile per i propri dipendenti (attualmente la media nei Paesi dell’Unione Europea è del 17%). Merito del web, della diffusione dei devices portatili e, soprattutto, dalle aziende che hanno già puntato su queste forme di lavoro negli anni scorsi ottenendo risultati notevoli in termini sia di aumento della produttività che di contenimento dei costi.

Cosa vuol dire? Che se il telelavoro non ha avuto in Italia lo stesso successo riscontrato in altri Paesi, per lo smart working le prospettive sembrano decisamente migliori.

Quello che è bene precisare è che il lavoro agile è una nuova modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato e non una nuova tipologia contrattuale, infatti in entrambi i casi i rapporti tra azienda e dipendente sono regolati da normali contratti di lavoro dipendente che li allinea sia in termini normativi che retributivi ai lavoratori che svolgono le medesime funzioni all’interno della sede aziendale.

Che cos’è il telelavoro?

Per telelavoro, come dice la parola, si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale: diffusosi negli Stati Uniti negli anni ’70 grazie allo sviluppo delle tecnologie informatiche, i teleworkers lavoravano per lo più da casa o in un luogo specifico decentrato. L’ esempio più diffuso è il dipendente che lavora da una postazione di lavoro nella sua abitazione e si collega all’azienda grazie all’ausilio di strumenti di comunicazione informatici e telematici. Il telelavoro vincola a lavorare da casa e l’azienda trasferisce le medesime responsabilità del posto di lavoro a casa del dipendente.

Che cos’è lo smart working?

Nello smart working, il dipendente svolge la propria attività fuori dall’azienda ma decide in piena autonomia i tempi e il luogo di lavoro, senza una postazione fissa. Il lavoratore è quindi libero di scegliere e cambiare il luogo di lavoro come e quando preferisce. Ad esempio, potrà lavorare da casa, da una camera d’albergo, da un bar, o come accade sempre più spesso da un co-working.

A differenza del telelavoro, lo smart working, per definizione, presuppone flessibilità e adattamento delle risorse umane in funzione degli strumenti che si hanno a disposizione. È la mobilità l’elemento che contraddistingue questa forma lavorativa da remoto, la possibilità di svolgere i propri compiti virtualmente in qualsiasi luogo. Anche all’interno dell’azienda, perché no, in ambienti appositamente pensati per il co-working o, sempre più spesso, nelle cosiddette huddle room, spazi dedicati a brevi riunioni improvvisate.

Il successo dello smart working risiede nella capacità di innovare il modo di pensare e di agire di manager e dipendenti attraverso cooperazione, fiducia, responsabilizzazione. Si tratta dunque di un processo che ha come esiti un ampio grado di autonomia decisionale del lavoratore su modalità, tempi e luoghi di svolgimento della propria attività lavorativa e la capacità dei manager di organizzare le attività e controllarne l’andamento in funzione di obiettivi.

In conclusione, il telelavoro non è altro che il trasferimento della postazione lavorativa del dipendente al di fuori dei locali dell’impresa (es. presso l’abitazione o altro luogo prescelto), lo smart working, invece, non si limita a consentire lo svolgimento della prestazione lavorativa da remoto, ma consente al dipendente di scegliere in piena autonomia dove e quando lavorare. In questo modo il contratto di smart working può ulteriormente favorire il bilanciamento degli interessi della vita lavorativa con quelli della vita privata (work life balance).

Se vuoi approfondire, abbiamo curato l’edizione italiana di un libro che ti aiuta a guidare il tuo team in remoto:”Smart Leader”.

La riduzione della domanda di mobilità lavorativa si traduce, in ogni caso, in una riduzione di consumi energetici, emissioni inquinanti e di gas serra, tempi costi e infortuni legati agli spostamenti casa-lavoro quindi in entrambi i casi facciamo felice il pianeta!

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