Perché i nomi al femminile per le professioni non vengono usati ー e cosa possiamo fare

Il “No” del Senato per l’uso dei nomi al femminile nelle istituzioni, lo scorso luglio, ha dato un segnale forte al Paese: non siamo pronti per dare spazio alle donne. Come possiamo reagire?

«Dare un nome alle cose le rende raccontabili» ha detto la sociolinguista Vera Gheno in una delle sue lezioni che ho avuto il piacere di seguire. Quindi cosa vuol dire non dare un nome alle senatrici, alle assessore, alle sindache, alle deputate? Significa prima di qualsiasi cosa cancellarle, renderle non raccontabili, eliminarle dalla narrazione del mondo.

In Quindo non siamo pronte a cancellare i mestieri femminili dalla nostra narrazione. E non solo perché la nostra agenzia ha un’anima prettamente femminile. Anche perché crediamo nel linguaggio inclusivo, di genere e non solo, e nei progetti di comunicazione digitale a cui ci dedichiamo desideriamo che nessuno si senta escluso. Ma cosa possiamo fare noi professioniste e professionisti della comunicazione per andare controcorrente?

Nomi professionali femminili, cosa dice la lingua italiana

È ancora un passo da un libro di Vera Gheno che ci racconta la soluzione, il corretto uso dei nomi professionali femminili nella lingua italiana:

«Da un punto di vista linguistico, i femminili ‘inediti’ sono forme previste dal sistema dell’italiano, che fino a tempi recenti erano come rimaste ‘dormienti’ perché non servivano. Dunque forse è proprio fuorviante pensarli come neologismi: […], in potenza, [ingegnera] è sempre esistito come infermiera. Solo che, mentre c’erano da sempre le infermiere, fino a tempi recenti hanno scarseggiato le ingegnere». V. Gheno, Femminili Singolari

Insomma, se oggi la parola sindaca appare alle nostre orecchie come strana, cacofonica, perfino brutta, è solo perché non siamo abituati a sentirla. È solo perché per moltissimo tempo ci sono stati solo sindaci, assessori, ingegneri, avvocati, deputati. Così si è reso inutile cercare i nomi al femminile che descrivessero la stessa funzione lavorativa o istituzionale. Questo è però un modo obsoleto di pensare il mondo professionale e istituzionale italiano, e noi che ci occupiamo di linguaggio sappiamo che questo deve raccontare la realtà attuale nella maniera più fedele possibile. Davvero i mestieri femminili ci sembrano ancora un’eccezione, una “devianza” dalla norma?

Nomi che cambiano significato al maschile e al femminile

La nostra bellissima e giovane lingua (è nata appena pochi decenni fa, con la scolarizzazione delle masse analfabete attraverso la tv) ha un maschilismo intrinseco che è difficile da sradicare. Così avviene che molti nomi cambino significato al maschile e al femminile. Un passeggiatore, un cortigiano, un massaggiatore sono persone di genere maschile che passeggiano, frequentano la corte, effettuano massaggi professionali. Una passeggiatrice, una cortigiana, una massaggiatrice… di primo acchito ci sembrano termini riferiti alle sex worker.

E non è solo il doppio senso pruriginoso a ostacolare l’uso dei nomi professionali femminili. Non capita di rado di sentire professioniste affermare di usare per riferirsi a sé stesse il maschile sovraesteso perché “suona più corretto”. Ancora una volta, lo sguardo maschilista della società influenza la lingua: crediamo che “arbitro” sia più corretto di “arbitra” perché secoli di oppressione femminile sono rimasti stampati nel nostro subconscio; sì anche in quello delle donne che nella loro professione sono pioniere.

Cosa possiamo fare per favorire l’uso dei femminili professionali?

Noi che lavoriamo nell’ambito della comunicazione, che facciamo SEO copywriting e creazione di contenuti per siti web e non solo, abbiamo il potere ー il dovere ー di scrivere in maniera corretta. Il che non vuol dire solo rispettare le regole della nostra bellissima lingua, ma anche seguire i cambiamenti della società con cui le istituzioni fanno fatica a stare al passo.

Quindi sì, continuiamo a scrivere senatrice e avvocata e deputata. La lingua cambia con l’uso, e più usiamo una parola più educheremo gli altri a usarla. Ne avevamo parlato anche nel caso del dilemma del Ginecologo e dell’Ostetrica. Possiamo essere noi la forza del cambiamento, anche un cambiamento piccolo piccolo come quello di una vocale. Come? Usando i femminili professionali ogni volta che ne abbiamo l’occasione, sia quando stiamo lavorando che quando stiamo scrivendo comunicazioni personali. Educando i nostri clienti (e i loro clienti, e i motori di ricerca) a leggere parole “inusuali” ma corrette. Migliorando continuamente la nostra stessa conoscenza dell’italiano. Continuando a leggere, a scrivere, a parlare con chi per primo o per prima subisce l’impatto dell’uso o non-uso dei nomi al femminile in contesti professionali.

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