Linguaggio inclusivo: perché è importante nel copywriting

Negli ultimi anni la sensibilità personale e collettiva ha fatto sì che usare un linguaggio inclusivo diventasse sempre più importante nel mondo del copywriting. Ecco perché.

Semplicemente, chi scrive per vendere (o per convincere, o per informare, ecc) ha l’obiettivo di raggiungere un maggior numero di persone possibile. E per farlo è necessario che ognuna di esse si senta apprezzata, ascoltata e compresa. Per questo la scrittura inclusiva è uno strumento del quale chi fa SEO copywriting e Creazione contenuti per siti web non può evitare di conoscere.

Cos’è il linguaggio inclusivo

Per dirlo con le parole di una delle migliori copywriter del settore, Alice Orrù, il linguaggio inclusivo è “uno strumento che permette a chi parla o scrive di rivolgersi a più persone possibili, considerando le unicità della natura umana”. Per questo motivo, parlare di linguaggio inclusivo di genere è giusto ma comunque limitato.

La scrittura inclusiva dovrebbe coinvolgere le diversità (o, per meglio dire, le unicità) legate anche ai diversi livelli di disabilità, alla provenienza e al colore della pelle, all’orientamento sessuale e al livello culturale. Insomma, scrivere in maniera inclusiva vuol dire scrivere per tutti e tutte. Ma è davvero possibile?

Le attuali proposte per un linguaggio inclusivo tra schwa e asterischi

Per molte persone, quella sul linguaggio inclusivo è diventata una battaglia politica. Da combattere a colpi di schwa (ə), asterischi e altre manipolazioni della lingua italiana per come la conosciamo. Di contro, coloro che hanno preso a cuore la purezza della lingua hanno “usato” il dibattito sulla schwa per attaccare le motivazioni politiche dell’inclusività.

Ma tutto questo riguarda davvero la lingua italiana? Stiamo parlando di scrittura inclusiva o di agende politiche con secondi fini? Chi scrive e parla per rivolgersi al maggior numero possibile di persone, nel pieno rispetto dell’intera umanità, ha veramente il fine di mettere sottosopra il mondo per come lo conosciamo?

No. Il linguaggio inclusivo, con o senza schwa, è lo strumento che ci permetterà sempre di più di parlare e scrivere per tutti e tutte. Che siano uomini, donne o non-binary, che abbiano un corpo conforme o con disabilità, che siano credenti o meno, con un livello più o meno alto di scolarizzazione. Che poi è quello che ci chiedono i brand, quando scriviamo per loro: arrivare a tutti, arrivare a tutte, arrivare a tuttə.

Un cambiamento culturale è possibile a partire dalla lingua?

La scrittura inclusiva è solo un passo verso una cultura inclusiva. Quello che ci serve, in Italia e non solo, è raggiungere una sensibilità collettiva che renda immediatamente spontaneo, anzi necessario, il rispetto delle unicità. E questo non può che passare attraverso un linguaggio inclusivo.

Come possiamo chiedere nuove leggi, nuovi diritti, nuovi spazi di incontro e di confronto, senza le parole per definirli? Ci serve un linguaggio inclusivo con esempi concreti, che possiamo usare ogni giorno, perché è da lì che partiremo alla ricerca di nuovi schemi mentali e nuove considerazioni sociali. Ci serve imparare a usare le parole giuste per definire i concetti giusti, quelli che escludano a priori da qualsiasi discorso le discriminazioni. Ma come si applica il linguaggio inclusivo nella realtà?

Soluzioni possibili ed eventuali problematiche

Chi propone un linguaggio inclusivo che usi la schwa (attenzione: propone, non impone) lo fa per superare le barriere linguistiche che attualmente si basano sul binarismo di genere. Il problema, però, è che una scrittura inclusiva reale dovrebbe tener conto di tutte le discriminazioni, non solo di quelle legate all’identità di genere.

Chi soffre di alcune disabilità visive, chi si serve di strumenti di lettura per ipovedenti, chi soffre di dislessia, trova in quel simbolino così divisivo (ə) un vero e proprio ostacolo che non ha nulla a che vedere con la propria posizione politica. Semplicemente, non può leggerlo. Lo stesso vale per gli asterischi o per la troncatura definitiva delle desinenze, che ostacola i sistemi di lettura vocale.

Se scriviamo, in qualità di copywriter, per raggiungere un pubblico omogeneo, dobbiamo pensare a chi non potrà leggere i nostri contenuti e di conseguenza non potrà convertire in azioni concrete le nostre call to action. Allora dovremmo dare la priorità alle battaglie di genere o alle vendite? Educare i sistemi di lettura così come i motori di ricerca (come nel Dilemma del Ginecologo e dell’Ostetrica) oppure educare le persone che leggono i nostri scritti?

Linguaggio inclusivo, esempi utili

Possiamo fare entrambe le cose, perché la nostra splendida lingua italiana ci consente una scrittura inclusiva che non preveda necessariamente l’uso di fonemi complessi. Risolvere le questioni di genere con l’ausilio di parole esistenti, senza scontentare nessuno, si può.

Ecco qualche esempio di linguaggio inclusivo che non usa la schwa:

  • “chi legge” invece de “i lettori”
  • “partner” invece di “marito/moglie/compagna/compagno”
  • “umanità” invece di “uomini”
  • “staff” invece de “i lavoratori”
  • “unicità” invece di “diversità”.

Questi sono solo pochi esempi di come si possa superare il binarismo di genere senza necessariamente usare il maschile sovraesteso né usare simboli complessi per chi legge. Un linguaggio inclusivo di genere (ma non solo) sarà raggiunto solo con il contributo di chi parla quotidianamente la lingua, senza inutili divisioni che non fanno bene al lavoro di copywriter.

P.s. Rileggi questo articolo: non ho mai usato il maschile sovraesteso 😉

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