Il blog di Quindo

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E-commerce fashion: quale futuro?

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un vero e proprio stravolgimento delle regole di mercato. Per un negozio di abbigliamento, avere il punto vendita sul corso principale della città e vendere abiti griffati a prezzi concorrenziali, non è più garanzia di entrate soddisfacenti. La verità è che chi non si adegua al nuovo che avanza rischia di restare incastrato in meccanismi e logiche di mercato che andavano bene fino a che i millennials non sono diventati gli attuali consumatori principali.

La nuova domanda è sempre più informata ed esigente: le asimmetrie informative che esistevano inevitabilmente fino a qualche anno fa, hanno iniziato a dissolversi e questo rappresenta un vantaggio per chi deve comprare, ma anche un forte svantaggio per chi vende.
La concorrenza sfrenata ha contribuito pesantemente alla chiusura di numerosi negozi di abbigliamento, ma mentre negli Stati Uniti sono le grandi catene ad avere la peggio, in Italia sono i piccoli negozi a chiudere. Il report redatto da Confesercenti “Elaborazione su dati Istat e Registro delle imprese”, stima che nell’ultimo anno, ovvero dal 2016 al 2017, siano stati oltre 90 mila gli esercizi commerciali a cessare la propria attività ed è proprio il settore abbigliamento a subire le perdite più rilevanti: il numero di boutiques si è infatti ridotto del 20%, lasciando soli 127mila negozi superstiti in tutta la penisola.

Cosa sta succedendo? Perché il declino sta avanzando con un ritmo tanto incalzante?

Certo, la crisi e le politiche tributarie adottate nel paese hanno influito in maniera considerevole, ma non sono le uniche responsabili. La concorrenza non è solo in continuo aumento, fattore già di per sé rappresentativo della difficoltà del restare a galla: la concorrenza oltre ad aumentare si evolve e si migliora, fino a spazzare fuori dal mercato chiunque non abbia la prontezza di adeguarsi velocemente. Un negozio di abbigliamento, sia esso piccolo o una catena, ha necessariamente bisogno di un e-commerce, perché sempre più clienti preferiscono questo canale per i loro acquisti.

Con i millennials la spesa in abbigliamento ha subito un forte calo, con rispettivo aumento dedicato alla tecnologia e ai cosiddetti experience goods. Un negozio di abbigliamento (ma potremmo generalizzare ormai a tutti i settori) deve avere un e-commerce, ma questo non è ancora sufficiente: questo deve essere ben funzionante, veloce, intuitivo e deve presentare una vasta scelta, con la possibilità di personalizzare al massimo i servizi di pre e post-vendita. Come già affermato, il millennial non si accontenta, e dal suo brand preferito pretende molto: se non trova ciò che cerca, per lui sarà un gioco da ragazzi cambiare strada e trovare un marchio che meglio lo soddisfa, dal punto di vista etico, di varietà di scelta, di rapidità di consegna e di personalizzazione del servizio.

Fast fashion: le regole dei giochi cambiano

Ma ancora le variabili che influiscono sul successo di un negozio d’abbigliamento (o talvolta addirittura di un brand) non sono finite: ad essere fondamentali sono anche la velocità e la flessibilità dell’intera catena produttiva, dalla progettazione alla consegna. Il cosiddetto fast fashion risulta essenziale per andare incontro ad una domanda sempre più esigente e cercare di ridurre al minimo il rischio di invenduto: deve essere sempre più agevole modificare un capo di abbigliamento in base alle caratteristiche e alle preferenze dell’acquirente, che deve trovarsi di fronte ad una quantità quasi infinita di abiti da scegliere e questo implica un’accelerazione nel rifornimento di novità da proporre, sia online che nel negozio fisico.

In definitiva, l’e-commerce e il fast fashion sono le chiavi per assicurarsi il successo nel campo del fashion retail: le regole del gioco però cambiano continuamente e solo chi è più flessibile e pronto al cambiamento potrà continuare a giocare.

Dorothy Del PreteE-commerce fashion: quale futuro?

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